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Ikebana, l’arte della disposizione dei fiori

Probabilmente hai sentito parlare della pratica giapponese di disporre fiori e piante recise chiamata “ikebana”.
Ma di cosa si tratta?

Cos’è l’ikebana?

L’ikebana (生花) è una vera e propria arte che, con più di mille anni di storia alle spalle, ha trovato modo di esprimersi anche nella società contemporanea.

Il termine ”ikebana” in giapponese significa letteralmente “fiori viventi” e proviene dall’unione di due parole: ike, “vivente” e hana, “fiore”. Anticamente quest’arte veniva chiamata “kadō” (花道), che letteralmente significa “via dei fiori”, ossia la via spirituale, tra terra e cielo.

Sappiamo che nei riti religiosi tutti i popoli hanno utilizzato elementi naturali, tra cui fiori e piante, per ornare gli altari. Nel caso specifico dell’ikebana, questa pratica nasce dal connubio tra buddhismo (che dall’India, attraverso la Cina e la Corea, arriva in Giappone intorno al 550 d.C.) e shintoismo, la religione più antica del Giappone e tutt’ora la più diffusa.

Origini dell’ikebana

La religione shintoista venera tutti gli elementi della natura, che sono considerati dimora degli spiriti, i kami. Era tradizione omaggiare queste divinità offrendo loro piante vive, intere, complete di radici. È con l’avvento del buddhismo, però, che per primo codifica l’offerta rituale di vegetali viventi e la loro composizione, che si avrà la spinta propulsiva all’arte dell’ikebana.

Le prime composizioni furono create da un nobile della corte imperiale nipponica, Ono no Imoko. Inviato presso l’impero cinese, vi aveva appreso l’arte della disposizione dei giardini, lì affidata a monaci, poeti e letterati. 

Rientrato in patria, divenne monaco buddista e diede inizio alla tradizione del giardino giapponese (più raffinato e complesso di quello cinese, poiché carico di un simbolismo che quest’ultimo non possiede).  

Siamo nel 621 d.C. quando Ono no Imoko si ritira nei pressi dell’odierna Kyoto, in una casetta chiamata ike-no-bo”, ossia “ritiro presso il lago”, dove si dedica alla scoperta di nuove forme e composizioni floreali volte all’offerta rituale. 

Il monaco si prefiggeva di rappresentare davanti al Buddha l’intera complessità dell’universo in modo più consono al sentire giapponese. Fu così che l’“ike-no-bo”, dove vissero Ono e i suoi discepoli, diede il nome alla più antica scuola floreale giapponese.

Come si sviluppa l’arte dell’ikebana nei secoli?

Le prime creazioni, probabilmente derivanti dalla scuola Ikenobo, sono dette rikka e rappresentano lo stile più conosciuto. Il termine significa letteralmente “fiori in piedi” e si caratterizza per composizioni molto grandi che sin dall’inizio vennero impiegate per decorare i templi o le case dei nobili che godevano di vasti spazi per allestirle. Esse potevano raggiungere i 6 metri d’altezza, come testimoniano i basamenti di legno tuttora esistenti. Solo quando l’ikebana divenne di uso comune, per motivi di spazio, le composizioni rikka vennero ridotte e portate nei vasi.

Nell’XI secolo, in epoca Kamakura, la casta militare prese il potere nella corte imperiale, portando in auge, lungo i secoli successivi, lo stile zen, che usa una rigorosa ed essenziale forma di meditazione buddhista e predica la semplicità di vita e il disprezzo del superfluo per il raggiungimento dell’elevazione spirituale, al di sopra delle preoccupazioni mondane.

Come si può facilmente intuire, tali principi ben si adattavano alla vita spartana dei samurai e influenzarono l’arte dell’ikebana, che da allora si ridusse di dimensioni. Anche le composizioni divennero più semplici, facendo il loro ingresso nelle abitazioni. 

Nelle case dei samurai vennero creati i “tokonoma”, delle nicchie nelle pareti che ospitavano le piccole composizioni. 

Il carattere religioso dell’Ikebana sfuma a vantaggio dell’aspetto meditativo, e quest’arte verrà praticata dai samurai per pacificare e purificare la mente.

Stiamo parlando di secoli forieri di un grande sviluppo culturale, che è testimoniato dalla contemporanea nascita della cerimonia del tè, del teatro no, dell’architettura shoin e dell’arte dei giardini.

Nel XVI secolo Senko Rikyu, maestro di ikebana e della cerimonia del tè, sviluppò l’essenziale stile nageire e pose le basi per il chabana (composizioni specifiche per la cerimonia del tè).

Un altro grande maestro, Ippo, scrisse il famoso Sendensho, il primo libro che tratta l’arte dell’ikebana.

Nel XVII secolo si assiste all’ascesa della classe mercantile. Anche l’arte dell’ikebana ne fu influenzata, attraversando un periodo di sviluppo e cambiamento. Ricordiamo che per almeno duecento anni il Giappone rimase chiuso alle influenze culturali esterne, per cui gli stranieri non potevano visitarlo né risiedervi. L’ikebana non subì così influenze nei suoi sviluppi.

Soltanto con la Convenzione di Kanagawa del 1854, sotto le pressioni dell’Occidente, il Giappone aprì le frontiere. Questo provocò importanti cambiamenti culturali che, naturalmente, non mancarono di influenzare quest’arte. Vediamo così affermarsi lo stile moribana, letteralmente “fiori ammucchiati”, in cui i compositori cominciarono a utilizzare fiori occidentali.

Con la modernizzazione del periodo Meiji (1868-1912), il governo si propose di dare un’educazione alle donne. Si pensò che l’ikebana sarebbe stata un’ottima pratica per formare “buone mogli e madri sagge”, poiché prevede pazienza e dedizione.

Quindi quest’arte, un tempo maschile, fu da qui in poi una componente standard dell’educazione delle donne, a cui, però, fu proibita qualsiasi innovazione.

Che significati ha l’ikebana e qual è il principio della disposizione degli elementi nella composizione?

I popoli orientali hanno un rapporto particolare con la natura, col trascorrere del tempo attraverso le stagioni, con l’osservazione dello sbocciare e dell’appassire dei fiori.

Nell’ikebana i fiori non sono il principale elemento dell’opera, ma sono inseriti in una composizione che prevede rami verdi e secchi, canne, erbe, radici, tronchi, sassi e altro. 

Mentre per gli occidentali le composizioni floreali rappresentano un modo per esprimere dei sentimenti, per l’ikebana le composizioni attivano il flusso dei sentimenti stessi. 

Un pilastro da cui partire è il concetto di semplicità, che mira a far risaltare l’armoniosa forma di ciascun elemento nelle proprie caratteristiche. Altro punto fermo è l’asimmetria: per i giapponesi, tutto ciò che è perfettamente simmetrico è privo di fascino perché statico. Ciò che è asimmetrico, al contrario, presuppone squilibrio, quindi dinamismo. Ai vuoti seguono i pieni, così come nell’universo. 

Il movimento si esprime nella struttura ternaria “cielo-uomo-terra”: l’uomo sta in mezzo, tra la terra, dove affonda le proprie radici, e il cielo, l’elemento sottile da cui è nutrito. L’uomo è il mediatore tra cielo e terra e con loro forma l’unità cosmica.

Chi crea l’ikebana ricrea questa unità.

Il concetto di disequilibrio permea anche la rappresentazione buddhista delle due forze dialettiche, lo yin e lo yang, il negativo e il positivo, elementi che, non stando mai in equilibrio, ritornano in qualsiasi fenomeno naturale. Alcune volte predomina l’uno, altre l’altro. La pianta si alza da terra (yin) al cielo (yang), e questo rapporto determina l’azione, il dinamismo universale. 

Il triangolo è la forma fondamentale dell’ikebana: con la sua irregolarità rappresenta l’instabilità dell’universo dove tutto cambia, i vuoti si riempiono, i pieni si svuotano. La stessa natura della composizione è passeggera: appassirà in pochi giorni.

Chi ha lavorato con pazienza a qualcosa nella vita, chi ha amato qualcuno o qualcosa, sa che non sarà eterno, immutabile. Per un occidentale questo pensiero può risultare doloroso, spiacevole. Per un giapponese, la caducità delle cose è messa in conto da sempre., basti pensare allo hanami, ossia l’osservazione dei fiori di ciliegio: la fioritura rappresenta la vita e la rinascita della natura, ma, vista la breve durata dei fiori, simboleggia anche la presa di coscienza della loro caducità. Il fiore, delicato e fragile, ma allo stesso tempo tenace nella sua perfezione, rappresenta la bellezza e la caducità degli uomini al mondo. Si nasce, si vive nello splendore e poi si lascia l’albero (della vita) per riconciliarsi con la terra, che è il luogo da cui proveniamo.

Quali sono le grandi scuole di ikebana?

In Giappone esistono più di 3.000 scuole di ikebana che tramandano la tradizione e innovano gli antichi precetti. Per sistemare i fiori a regola d’arte bisogna acquisire una certa manualità e imparare tecniche particolari di allacciatura e posizionamento con percorsi di formazione che durano dai tre ai cinque anni.

La principale è la scuola Ikenobo, che conta quasi 2 milioni di allievi. Ancora oggi il famoso tempio Rokkakudo, distrutto dagli incendi e sempre ricostruito, è considerato il suo centro principale. Il mitico maestro Ono no Imoko, infatti, aveva scelto di ritirarsi in eremitaggio proprio presso il tempio, nel “ritiro vicino al lago”, l’“ike-no-bo”, dove offriva le composizioni floreali alla dea Kannon (uomo che diviene donna), che si pone, assieme al Buddha, all’origine dell’ikebana. Essa è spesso raffigurata mentre porta uno o tre fiori di loto tra le mani.

L’uomo inizia a creare un linguaggio codificato coi fiori per comunicare col sovrannaturale: infatti troviamo i rami protesi verso l’alto, verso il cielo, come a cercare un contatto.

La scuola Ohara prende il nome dal maestro Unshin Ohara. Nato a Matsue nel 1861, studiò la via dei fiori, il kado, secondo le ferree linee Ikenobo, per poi discostarsene in cerca di una più libera interpretazione nelle composizioni che lo avvicinasse maggiormente alla natura. Nacque così lo stile moribana. Nel 1911 fondò la scuola che prese il suo nome e che propone due tipi di composizione: il moribana, caratterizzato dall’uso dei vasi bassi, e l’heika, che utilizza vasi alti.

La scuola Sogetsu fu fondata da Sofu Teshigahara nel 1926. All’età di sei anni, Sofu cominciò a imparare l’arte dell’ikebana da suo padre, insegnante di ikebana classica, e continuò fino ai 20 anni, quando ruppe gli schemi con esperimenti astratti e d’avanguardia. Lo stile Sogetsu ha lo scopo di far risaltare la libertà e l’individualità del compositore. La sua visione “soggettivista” gli valse l’appellativo di “Picasso dell’ikebana”.

L’ikebana moderna, con le sue nuove espressioni, può trovare la sua origine nella rottura con la tradizione operata dallo stile moribana, ma dobbiamo tenere presente che anche la forma più antica e tradizionale può essere rinnovata e resa viva. Del resto, il significato stesso dell’ikebana ci parla di caducità e di rinnovamento.

Quali sono gli stili principali di ikebana?

Rikka

Nel periodo Edo (1630- 1868), l’ikebana ebbe una delle sue più importanti evoluzioni. Lo stile Ikenobo dei primi tatebana (i fiori eretti che sono considerati i pre-rikka e adornavano i primi altari buddhisti), influenzato dal semplice chabana delle stanze da tè, passò dalla classe guerriera dei samurai alla cultura popolare dei mercanti e cambiò il nome in rikka. Questo stile si è evoluto fino ai giorni nostri con innumerevoli variazioni, mantenendo, però, la struttura di base a sette o nove elementi principali.

Nageire o heika

Caratteristica di questo stile, che nasce nel XVI sec., è la verticalità della composizione, data dalla forma del contenitore alto sempre oltre i 20 cm e che mima visivamente un tronco da cui partono i rami che si sviluppano nello spazio. Esistono varianti dallo stile obliquo con rami inclinati, uno stile alto coi rami dritti, uno cascante coi rami pendenti, uno verticale coi rami lunghi e uno a contrasto con rami alternati in modo armonico.

La composizione consta di tre elementi (presenti anche nello shoka e nel moribana): lo shin, il ramo più importante, che rappresenta il cielo o l’uomo illuminato, lo soe, che fa da sostegno alla composizione, rappresenta l’uomo tra cielo e terra e il tai, la parte più piccola della composizione, che simboleggia per lo più la terra.

Shoka o seika

Contemporaneo del nageire, scaturisce dal diffondersi del buddhismo zen. L’elemento floreale, il chabana, è il punto di partenza. Grande importanza riveste il contenitore, che può essere più o meno grande o alto. Si mantiene la disposizione ternaria con aggiunta di elementi di supporto. Nel secondo dopoguerra le influenze occidentali determinarono la creazione di uno stile shoka moderno che prevede maggiore libertà espressiva.

Moribana

La caratteristica più importante del moribana è lo sviluppo orizzontale della base, nella quale si inserisce il classico schema ternario. La misura del diametro della base influenza le dimensioni degli altri elementi.

In ogni caso e in ogni stile abbiamo regole comuni: il vaso non deve essere trasparente, i fiori hanno un significato preciso e gli elementi, in generale, devono essere naturali e di stagione. Oltre all’elemento ternario, devono essere rispettate regole di profondità, spazio, asimmetria. 

Ikebana oggi: evoluzioni artistiche

Uno dei più apprezzati interpreti dell’arte ikebana contemporanea può essere considerato un vero “artista visivo”: si tratta del giapponese Makoto Azuma, che per le sue composizioni quasi futuristiche è conosciuto in tutto il mondo.

Chiudo qui questa piccola finestra sull’affascinante mondo dell’ikebana. Spero che ora guarderai con altri occhi le decorazioni floreali che troverai in Giappone, e magari potrai anche indovinare lo stile a cui si ispirano!

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