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La cerimonia del tè, storia e significati

La cerimonia del tè, o cha no yu (茶の湯), è come un compendio di cultura giapponese. Attorno al tè verde, infatti, si è sviluppato un cerimoniale fatto di canoni estetici e regole dettagliatissime che riflettono l’anima del Giappone.

Le origini mitiche dell’introduzione del tè in Giappone

L’introduzione di questa pianta si lega alla leggendaria figura di Daruma (pronuncia giapponese del nome indiano Dharma, abbreviativo di Bodhidharma, ventottesimo patriarca del buddismo zen vissuto tra il 483 e il 540 d.C.), che dall’india, attraverso la Cina, portò il buddismo in Giappone e, con esso, l’uso del tè.

Uno degli episodi più famosi a lui legati narra di quando, dopo nove anni di meditazione volti a raggiungere il satori (l’illuminazione), si addormentò involontariamente e, risvegliatosi, si infuriò così tanto con se stesso che per punirsi si strappò le palpebre e le gettò a terra. Da queste germogliò la camellia sinensis, ossia la prima pianta di tè che i cinesi chiamano ch’a o cha. Anche in Giappone si utilizza lo stesso ideogramma (茶) che, infatti, è contenuto nelle parole che indicano le varietà di tè: matcha, sencha, bancha…

Come si sviluppa la cerimonia del tè nel corso dei secoli?

L’uso del tè in Cina vanta una storia di oltre 4.000 anni: fu uno dei tre sovrani mitologici dell’antica Cina, l’imperatore Yan Di, che ne scoprì le proprietà terapeutiche per cui fu utilizzato a lungo. Solo successivamente venne impiegato per le sue proprietà rinfrescanti e fu molto apprezzato dai monaci durante le meditazioni zazen, perché liberava dal torpore senza alterare la lucidità mentale. 

La diffusione del tè nell’uso sociale e cerimoniale si ha con Lu Yu (VIII- IX sec. d.C.), autore del Ch’a Ching, “Classico del tè”, che pose le basi per ulteriori sviluppi codificandone le modalità di preparazione con i giusti utensili, i vari tipi di acqua per i differenti tipi di tè e le rispettive caratteristiche.

Il Giappone accolse tutti e tre questi aspetti del bere il tè, così come si diffusero in Cina: 

  • l’aspetto terapeutico
  • l’aspetto religioso
  • l’aspetto sociale 

Non abbiamo una data precisa di introduzione del tè in terra nipponica, ma le prime notizie leggendarie parlano del bonzo Gyoki (668-749) che, nominato amministratore generale del clero buddhista, apportò varie migliorie ai templi e ai giardini dei monasteri, fra cui far piantare i primi semi di tè. Per certo sappiamo, invece, che un’ambasceria giapponese di ritorno dalla Cina ha portato all’imperatore Shomu alcune piantine che vennero posizionate nei giardini imperiali. Le cronache risalenti all’VIII-IX secolo, infatti, ci raccontano di episodi in cui veniva utilizzato il tè da imperatori e monaci.

Con l’inizio del IX secolo, ai tempi della fondazione della nuova capitale Heian-Kyo, la futura Kyoto, la storia del del tè in Giappone si intreccia alle vicende di due maestri buddisti, i monaci Saicho (767-822) e Kukai (774-835), noti coi nomi postumi di Dengyo Daishi e Kobo Daishi, la cui opera portò alla completa trasformazione del buddismo in Giappone. Costoro, di ritorno dalla Cina, avrebbero portato semi e piantine di tè. Diversi scritti in cui vengono lodati ricordano questo fatto.

Citiamo il periodo Heian (794-1185) poiché è in questa epoca che l’uso di bere il tè si diffonde tra monaci e nobiltà. La popolazione, invece, era ancora esclusa da questa attività. Era un’epoca ricca di poeti, diaristi e letterati che a corte svilupparono quel microcosmo raffinato in cui si compongono versi e si degusta il tè nei padiglioni “cineseggianti”. Allora la Cina, da cui il tè era stato importato, era il modello estetico da seguire. Questi spazi erano allestiti in mezzo alla natura, tra i laghi o i boschetti di bambù, ed è proprio in questi atteggiamenti mentali e spirituali che si sviluppa l’estetica che tanta importanza rivestirà nella cerimonia del tè. 

Alla morte dell’Imperatore Saga l’uso del tè venne abbandonato per molti anni, fino a quando il monaco Eisai (1141-1215) lo reintrodusse in Giappone assieme al buddhismo zen di tradizione Lin-chi (in giapponese “Rinzai”). Eisai imparò in Cina dai monaci cinesi l’uso del tè polverizzato. Pur non conoscendo con esattezza i gesti di allora, sappiamo che gli utensili impiegati oggi sono i medesimi: un braciere, un bollitore d’acqua, una frusta di bambù, una tazza e il tè, in foglie o in polvere. Nel 1211 Eisai scrisse il Kissa Yojoki, “Bere il tè come arte per prolungare la vita”, dove spiega la filosofia e la pratica del buddhismo riguardanti la salute e l’arte del bere il tè che possedeva le già note qualità medicamentose. Per il monaco bere il tè è una pratica straordinaria che conduce a lunga vita in salute.

Fu grazie alle indicazioni di Eisai che l’uso di bere il tè cominciò a diffondersi anche tra la popolazione.

In quest’epoca, nei monasteri buddhisti giapponesi, si vennero codificando le prime regole (sarei) per la preparazione del tè, che doveva seguire precisi dettami di ascendenza cinese. Il sarei si trasformò in ochamori, una cerimonia in cui venivano evidenziati gli aspetti spirituali del tè bevuto, ritualmente e in modo formale, in compagnia. Originariamente nell’ochamori venivano utilizzate sofisticate tazze cinesi allestite su tavolini e vassoi di lacca. 

Da queste cerimonie si sviluppò lo stile shoin-daisu del periodo Muromachi (1338-1573), ed è proprio in quest’epoca che il nuovo shogunato degli Ashikaga si trasferì da Kamakura al quartiere Muromachi di Kyoto. Questo passaggio di potere pose fine all’anarchia e portò contemporaneamente alla fioritura dei capisaldi della cultura giapponese: il teatro no, l’architettura shoin, la pittura di paesaggio, sansui, e quella a inchiostro, suinokuga, l’arte del giardino in pietra, sekitei, e quella del disporre i fiori, ikebana. Naturalmente i cambiamenti investirono anche l’arte della preparazione del tè, indicata anche come chado.

Alla corte degli Ashikaga venne introdotta la figura del doboshu, vero e proprio esperto d’arte che doveva consigliare lo shogun nelle questioni estetico-formali, incluse quelle relative all’arte del servire il tè. Iniziò quindi a essere concepito lo spazio architettonico dove svolgere il cha no yu, la cerimonia del tè, composto da quattro tatami e mezzo e nel quale si torna a un’eleganza formale priva del lusso, talvolta bizzarro, che aveva contraddistinto il precedente periodo Kamakura. 

Tra la fine del 1400 e il 1600 assistiamo al declino politico degli Ashikaga e all’ascesa della classe sociale dei mercanti, che apportarono cambiamenti nella società e anche agli usi riguardanti la cerimonia del tè.

Il maestro Murata Shuko (1423- 1502) diede probabilmente origine allo stile wabi della cerimonia del tè: il wabi cha, dove la parola wabi, dal verbo wabiru di difficile traduzione, racchiude diversi concetti, tra i quali “bellezza tranquilla”, ma anche imperfezione, incompletezza, irregolarità, “stupore davanti a ciò che si dà per scontato”, “rimpianto per qualcosa che si è perso”. Cosa c’è di più commovente e malinconico che ammirare la natura nella sua imperfezione e caducità? 

Questo è il concetto che passa Shuko e che affascinò lo shogun Ashikaga Yoshimasa, promotore della nuova cerimonia del tè basata su semplicità ed essenzialità, ed è per questo che il suo Padiglione d’argento, il Ginkakuji, è considerato tradizionalmente il luogo di nascita del cha no yu

Murata Shuko vi edificò una piccola casa del tè separata dagli altri edifici, e al suo stile, caratterizzato da immediatezza e semplicità nel preparare il tè, fu dato il nome soan cha, ossia “tè della capanna d’erba”. I costosi e ricercati utensili cinesi furono sostituiti da manufatti di artigiani locali. Alcuni, con le loro forme irregolari, rappresentavano il concetto di naturalezza dell’imperfezione che, secondo il monaco, conteneva la vera bellezza. 

Questo nuovo canone estetico si contrapporrà a quello cinese caratterizzato dal lusso e dalla perfezione. Nella nuova pratica non vi è un attendente che prepara il tè, ma era il maestro di tè o il padrone di casa a doverlo fare, per rispetto verso gli ospiti.

Takeno Joo, nel XVI secolo, riprese lo stile di Shuko modificandolo. Costruì la “celletta per il tè” (ispirata alle semplici celle dei monaci): eliminando ogni cosa superflua, tolse gli scaffali e pose gli utensili direttamente sul tatami. Le pareti non erano più in legno rivestito di carta bianca decorata con calligrafie e paesaggi, ma in semplice bambù grezzo. Inoltre iniziò a porre il braciere (ro) per il bollitore dell’acqua nella stanza della cerimonia. 

Ritorniamo alla storia: a Kyoto l’Imperatore, pur mantenendo il titolo formale, era tenuto prigioniero delle potenti famiglie feudali, e anche lo shogun, il governatore militare, aveva perduto prestigio e potenza. Le signorie presero il sopravvento e si combatterono a lungo fino al raggiungimento dell’unità di stato e di governo, che portò anche a una condizione di isolamento conclusasi solo nel 1854. Fin dalla prima metà del XV secolo, però, erano sbarcati in terra nipponica portoghesi e spagnoli, che portarono con sé la polvere da sparo e dei religiosi che introdussero il cristianesimo.

In questi contesti, nel 1568 il daimyo Oda Nobunaga diventa shogun dell’imperatore. Appassionato di tè, chiama a corte Sen no Rikyu, grande maestro dell’arte del tè, che rivestì successivamente il ruolo molto più importante di consigliere dello shogun, sia nelle questioni private che in quelle militari. 

 Significati filosofici del cha no yu e sviluppi successivi

Quando, nel 1582, Nobunaga fu assassinato, il suo successore Toyotomo Hideyoshi tenne Sen no Rikyu nella stessa considerazione del predecessore, affidandogli, oltre allo status di Maestro del tè, incarichi politici e diplomatici. 

Fu in questo periodo che Sen no Rikyu rivoluzionò l’arte della cerimonia del tè trasformandola in quella che noi conosciamo: non impiegò più utensili e ceramiche acquistate dai mercanti, ma li fece costruire appositamente. Ebbe così inizio la collaborazione con un artigiano di Kyoto, il coreano Chojiro, considerato il creatore della ceramica raku (parola che significa “piacevole”, “comodo”, “facile da usare” ma anche “gioia di vivere”). Raku era anche il nome del sobborgo di Kyoto dove veniva estratta l’argilla per fare le ceramiche. Inoltre, il Maestro mise a punto lo stile soan rielaborando la “capanna” del tè e riducendola a due tatami. La prima realizzata fu chiamata Tai An, ma purtroppo andò distrutta nelle epoche successive. Oggi ne troviamo una riproduzione all’interno del tempio Myokian a Yamazaki, presso Kyoto. È considerata un tesoro nazionale! Altra modifica fu l’invenzione dell’ingresso sollevato (nijiriguchi) che rendeva l’accesso alla sala (chashitsu) più difficoltoso, viste le piccole dimensioni (65×60 cm). Questo aveva due funzioni: quella di isolare gli ospiti dall’ambiente esterno e quella di obbligare i partecipanti a un atteggiamento di umiltà ed eguaglianza facendoli inchinare per accedere. 

Erano sale in cui ogni particolare era calcolato, dall’ingresso della luce all’assenza del superfluo. Si entrava in un’altra dimensione che invitava gli ospiti alla calma e al distacco, poiché la loro attenzione non poteva essere rapita da nulla, se non dalla tazza di raku che veniva fatta girare a turno per bere. Questo stato di benessere viene definito kiwabi (wabi libero, senza punto focale).

Nell’ambiente esterno si sarebbe lasciato il “sé costruito” (personalità, ego, rango sociale…) e l’isolamento della sala avrebbe portato alla luce il “vero sé”.

Successivamente il termine wabi fu messo in relazione con il termine sabi (solitudine, distacco), che esprime il gusto per la transitorietà delle cose e per l’imperfezione. È un’idea che ha origine nella dottrina buddista e si sviluppa nella letteratura. Non si tratta di cose materiali, ma di sensazioni. Altro elemento architettonico introdotto allora fu il roji, un sentiero di pietra davanti alla capannina del tè. Questo elemento lo ritroveremo anche nei giardini zen. Il roji è il “luogo della rugiada”.

Sen no Rikyu fu anche il capostipite degli iemoto, cioè della famiglia dalla quale discendono tutti i maestri del tè da allora fino a oggi. Mentre l’albero genealogico dei maestri del tè giapponesi cresce, nel periodo Edo (1603-1868) assistiamo alla diffusione del cha no yu fuori dalle ricche dimore dei samurai, tra le classi meno abbienti, inclusi i bordelli dei “quartieri di piacere”.

Troviamo traccia di questo nelle raffigurazioni pittoriche di epoca Edo in cui i protagonisti non sono più austeri samurai, bensì affascinanti cortigiane che prendono il tè in attesa dei clienti, come mostrano le pitture di Kitagawa Utamaro (1753-1806).

L’arte del cha no yu in età moderna

Nell’età moderna, detta Meiji (1868-1912), l’arte del cha no yu viene riconosciuta come patrimonio culturale nazionale e per gli artigiani, custodi viventi dei segreti di quelle tradizioni, inizia un’epoca d’oro. A essere premiati non furono solamente i ceramisti, ma anche i produttori dei cesti in bambù per l’ikebana, i creatori delle stoviglie e delle scatole porta tè in lacca e i tessitori dei pregiati kimono indossati dai maestri del tè. Tutti questi artigiani hanno una caratteristica in comune: possiedono i segreti per la realizzazione dei preziosi oggetti che caratterizzano il momento del tè fin dai tempi antichi.

Nei primi anni del ‘900, il Giappone si dimostra un Paese all’avanguardia in campo artistico, e questo aspetto investe anche la cerimonia del tè. Vediamo infatti molti designer e artisti cimentarsi in svariati “tea set”, come ad esempio Kusama Yayoi con le sue teiere e tazze costellate da pois. 

Un notevole esempio di sala da tè contemporanea è rappresentato dalla “Mondrian Glass Tea House” realizzata da Hiroshi Sugimoto a Venezia.

L’artista sceglie di dedicare questo piccolo padiglione a Mondrian e spiega: “Mi piace pensare che questa casa da tè fu costruita da Mondrian dopo aver ascoltato Sen no Rikyu parlargli attraverso il canto degli uccelli”.

Con questa visione poetica chiudo questo breve excursus sulla storia della cerimonia del tè in Giappone. Ho sicuramente tralasciato tanti aspetti, ma spero di poterti presto accompagnare in una vera sala da tè durante uno dei miei viaggi!

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