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Lo shugendo

Se pensi che le immagini di asceti che meditano sotto le cascate siano roba inventata o tradizioni d’altri tempi, lo shugendo ti farà cambiare idea. E se nell’afosa estate di Tokyo verrà voglia anche a te di temprarti nell’acqua gelida, ho una buona notizia: puoi farlo davvero!

Che cos’è lo shugendo e chi sono gli yamabushi?

Come abbiamo visto nel nostro articolo sulle religioni del Giappone, nel Paese del Sol Levante buddhismo, shintoismo e credenze popolari si sono mescolate e influenzate fino a perdere confini netti. Lo shugendo (shugendō 修験道), un culto incentrato sulle montagne, incarna proprio questa fusione e rappresenta quindi la sintesi dell’esperienza religiosa giapponese.

I suoi praticanti si chiamano shugenja (修験者) o yamabushi (山伏 “colui che si prostra nelle montagne”) e si sottopongono a pratiche ascetiche ed esoteriche nei monti per raggiungere la condizione di “buddha in questa vita” e acquisire poteri magici con cui aiutare la gente comune. Gli yamabushi si occupano infatti di esorcismi, riti di divinazione e oracoli. Sono creature di confine che, come le montagne, vivono a metà tra due mondi e li uniscono.

Abbigliamento

Gli asceti sono vestiti di bianco, come i pellegrini e come i morti. La metafora della morte e della rinascita è infatti un tema centrale nello shugendo.

Indossano sandali di paglia e sono muniti di una grande conchiglia (hora) che suonano come segnale. Gli accessori del loro abbigliamento sono di origine buddhista, ma sono stati adattati investendoli di significati simbolici.

Le origini dello shugendo e il ruolo delle montagne

Basta guardare una cartina per accorgersi che il Giappone è formato per la maggior parte (70%) da montagne. A differenza di quanto successo in Italia, però, queste non sono mai state abitate. D’altra parte la cultura alimentare si basava principalmente su riso e pesca, e non c’erano motivazioni che spingessero la gente in quota.

Fin dalla preistoria, anzi, le montagne sono viste come un territorio sacro. Sono l’aldilà, il luogo in cui risiedono gli spiriti dei defunti. Al tempo stesso, però, sono anche una terra di confine tra questo mondo e l’aldilà stesso, e gli esseri che ci vivono sono a metà tra il sacro e il mondano. Sono un asse che collega il cielo e la terra.

È quindi naturale che le montagne siano diventate luogo d’elezione per eremiti e asceti di correnti religiose sia storiche (taoiste e buddhiste) che preistoriche (animismo, sciamanesimo), poi confluite nello shugendo.

In quanto luoghi sacri, ai loro piedi o sui loro pendii sono stati costruiti dei templi, e da oltre mille anni sono meta di pellegrinaggio.

Lo shugendo venne sistematizzato quando le antiche pratiche religiose giapponesi nelle montagne subirono l’influenza delle religioni straniere (buddhismo e taoismo), intorno al IX-X secolo.

L’influsso maggiore fu quello delle correnti Shingon e Tendai del buddhismo. Quella Shingon è una scuola esoterica e tantrica, in cui cioè ci sono numerosi rituali mistici che possono essere compresi solo dagli iniziati. Questo principio è passato allo shugendo, così come il rituale del fuoco detto “goma”. Il buddhismo Tendai, anch’esso esoterico, sostiene che ogni creatura abbia in sé la natura di buddha. Forti di questa idea, gli yamabushi si sottopongono a pratiche di austerità e ascetismo proprio per realizzare la propria natura buddhica in questa vita.

A fine Ottocento, il governo dichiarò illegale la fusione di buddhismo e shintoismo e ne ordinò la separazione. Di conseguenza, nel 1872 lo shugendo venne vietato ed etichettato come superstizione. Ai suoi monaci non restava che essere assorbiti all’interno dei santuari shintoisti o dei templi buddhisti.

Nel 1946, con l’istituzione della libertà di culto, lo shugendo poté tornare a essere indipendente.

I luoghi sacri più importanti per lo shugendo sono:

  • le montagne della Penisola di Kii (in particolare la catena di Omine), vicino a Osaka. È famosa soprattutto per i pellegrinaggi: i suoi siti sacri e i cammini sono Patrimonio dell’UNESCO. Da notare che la salita al Monte Sanjo (anche detto Monte Omine) è vietata alle donne;
  • la zona delle Dewa Sanzan (出羽三山 “Tre montagne di Dewa”), nel Giappone settentrionale (Yamagata). Grazie al suo isolamento, ha mantenuto alcune importanti pratiche che sono fondamentali per la trasmissione dello shugendo.

I rituali dello shugendo

I rituali più importanti degli shugenja sono i ritiri in montagna. Lo scopo è diventare un buddha in questa vita attraverso un addestramento mistico.

Questi rituali sono una grande metafora della morte e della rinascita. L’iniziato accede alla montagna, l’aldilà, e quindi muore spiritualmente, per rinascere sotto forma di buddha dopo giorni o mesi di pratiche mistiche. L’addestramento prevede periodi di isolamento nei monti, digiuno, trasmissione di insegnamenti, meditazione e recitazione di sutra sotto le cascate (takigyō 滝行).

I ritiri fedeli alle pratiche medievali sono scomparsi, ma quello che più gli assomiglia è l’addestramento autunnale del Monte Haguro, nelle Dewa Sanzan.

Lo shugendo delle Dewa Sanzan

Le Dewa Sanzan rappresentano il più antico centro di culto montano del Giappone.

Le tre montagne si chiamano:

  • Haguro (Hagurosan 羽黒山): è il centro principale dello shugendo di questa zona. È la più bassa delle tre e l’unica che si può visitare anche in inverno. Rappresenta il mondo presente.
  • Gassan (月山): a quasi 2.000 m è la cima più alta e rappresenta il passato e l’aldilà.
  • Yudono (Yudonosan 湯殿山): la cima più sacra, rappresenta il mondo del futuro e la rinascita.

Quando, a fine Ottocento, il governo ordinò la divisione di buddhismo e shintoismo, il Monte Haguro riuscì a conservare una piccola presenza buddhista che mantenne le sue tradizioni shugendo.

In origine c’erano 4 ritiri stagionali che prendevano il nome di mine (峰 “cima, vetta”). Oggi ne esistono due: quello invernale (fuyu no mine 冬の峰) e quello autunnale (aki no mine 秋の峰). Il periodo estivo (natsu no mine 夏の峰) è principalmente dedicato ai pellegrinaggi.

La “vetta invernale” era la forma originale e più dura di ascetismo dello shugendo, ma oggi non si svolge più in montagna: le pratiche vengono compiute da due maestri in un villaggio ai piedi del Monte Haguro e si concludono dopo 100 giorni con una grande festa in vetta per accogliere il nuovo anno (Shōreisai 松例祭).

Il ritiro più importante è quello autunnale, che prevede un vero e proprio periodo di ascetismo in montagna. In origine durava 75 giorni, ma ora è stato ridotto a 10 e inizia il 25 o il 26 agosto. Si tratta di un ritiro importante perché permette agli shugenja iniziati di formarsi e avanzare di grado. È quindi un’occasione fondamentale per la trasmissione della dottrina ai nuovi iniziati. Inoltre è aperto anche alle donne.

Durante i 10 giorni gli iniziati digiunano, meditano, visitano località sacre e luoghi di pratica ascetica. Alla fine, dopo essere spiritualmente “morti” e aver attraversato i vari stadi dall’inferno alla buddhità, rinascono come buddha.

Oggi molte pratiche sono state adattate e vi possono partecipare anche i non iniziati.

L’automummificazione

Nel medio evo, lo shugendo del Monte Yudono (distinto da quello di Haguro) era il centro principale delle pratiche di automummificazione (sokushinbutsu 即身仏).

Gli asceti si ritiravano per anni nelle montagne meditando (anche nell’acqua gelida d’inverno), recitando sutra e cibandosi di corteccia, erbe e frutti, fino a perdere tutta la massa grassa. Bevevano poi un tè tossico per disidratarsi e allontanare gli insetti che avrebbero potuto cibarsi del loro corpo una volta morti. Infine si facevano tumulare vivi con una minima apertura per l’aria e continuavano a meditare fino a morire di fame o, dal loro punto di vista, entrare in uno stato di eterna meditazione. Alcune mummie sono ancora visibili nei templi delle Dewa Sanzan.

Vivere un’esperienza da yamabushi

Forse l’automummificazione non fa per te, ma ci sono possibilità meno estreme per provare di persona le pratiche shugendo. Nella zona delle Dewa Sanzan, alcuni yamabushi gestiscono locande per pellegrini e guidano i visitatori in esperienze di vario livello. Oltre agli addestramenti più esoterici e impegnativi della “vetta autunnale”, offrono anche modi più semplici e brevi per sperimentare da vicino qualche aspetto di questo mondo affascinante… compresa la famosa meditazione sotto la cascata!

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