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Ukiyo-e raffigurante un eroe tatuato di Suikoden

I tatuaggi giapponesi

Demoni, fiori di ciliegio, carpe, draghi, divinità ed eroi: guardare un tatuaggio giapponese è come tuffarsi in un compendio della cultura e dell’immaginario nipponici.

Eppure, nel paese del Sol Levante, i tatuaggi sono una pratica a dir poco controversa.

Ma com’è fatto un tatuaggio giapponese?

E com’è possibile che i giapponesi abbiano sviluppato questa forma d’arte per poi ripudiarla?

Ma soprattutto: se ho un tatuaggio, posso andare agli onsen (terme)?

Cerchiamo di districarci in questo labirinto d’inchiostro!

Tatuaggio di divinità giapponese con peonie
Particolare di horimono di un partecipante al Sanja Matsuri, Tokyo (Ari Helminen, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons)

Tattoo, irezumi o horimono?

Anche se in giapponese tutti i tatuaggi vengono comunemente chiamati “irezumi” o al massimo “tattoo”, storicamente esistono termini diversi.

Gli irezumi erano dei tatuaggi neri e molto semplici applicati sulle braccia o sulla faccia di alcuni criminali.

Gli elaborati tatuaggi che coprono petto e schiena e che associamo al Giappone, invece, andrebbero più correttamente chiamati “horimono” (“iscrizioni”, “incisioni”), o “wabori” (tatuaggi giapponesi).“Tattoo” o “yōbori”, infine, si usano per indicare i tatuaggi occidentali.

Gli horimono si caratterizzano per i colori brillanti, le linee di contorno definite e le dimensioni: solitamente occupano la schiena, il petto, le braccia, le natiche e parte delle gambe.

Nonostante la complessità e l’estensione, il tatuaggio è un disegno unico che in un certo senso racconta una sola storia. L’elemento principale (una carpa, una divinità, un drago…) e quelli secondari o decorativi (keshōbori: fiori di ciliegio, foglie d’acero…) sono tenuti insieme e legati dalla “cornice” monocromatica (gaku: onde, nuvole, vento…) in cui sono immersi e che delimita anche l’area tatuata. Di solito una figura centrale come la carpa avrà elementi acquatici nella cornice.

Il metodo tradizionale prevede che i tatuaggi vengano realizzati a mano (tebori) con fasci di aghi attaccati a un manico. Ogni artista (horishi) realizza i propri strumenti.Ormai sono rari i maestri che eseguono i tatuaggi senza macchinetta. Nella tecnica del tebori, però, gli aghi penetrano nella pelle a un angolo acuto, e questo dà ai colori un aspetto diverso.

Storia dei tatuaggi in Giappone

1. Preistoria e tatuaggi indigeni

I segni sul volto di alcune figurine umane di creta risalenti all’epoca Jōmon (12.000-300 a.C.) hanno spinto gli studiosi a ipotizzare che la pratica dei tatuaggi nell’attuale territorio giapponese risalga a migliaia di anni fa.

Antiche tradizioni relative ai tatuaggi esistevano anche in gruppi etnici diversi da quello dominante. Ad esempio le donne Ainu (la popolazione indigena del nord del Paese) sfoggiavano vistosi tatuaggi scuri intorno alla bocca. Altre tradizioni erano presenti a Okinawa, nell’estremo sud dell’odierno Giappone, o si ritrovano nelle cronache cinesi relative al II-VII secolo. Tutte, però, sembrano non avere alcun legame con i tatuaggi che conosciamo oggi, anche perché appartenevano ad etnie diverse da quella destinata a dominare le isole nipponiche (Yamato).

Tipico tatuaggio ainu intorno alle labbra e con linee geometriche sulle braccia
Tatuaggio ainu

2. Tatuaggi come punizione

Con l’aumentare dell’influenza cinese nel V-VI secolo, anche nel Giappone Yamato si diffuse l’usanza di usare i tatuaggi per marchiare a vita chi commetteva alcuni crimini. Neanche questi tatuaggi, però, sono all’origine di quelli odierni: erano simboli semplici (a volte solo una linea) posti sull’avambraccio o sulla fronte ed erano neri.

Questa usanza, svanita intorno al VII secolo, tornò in voga nel periodo Edo (1603-1868).

3. Il periodo Edo e la nascita degli horimono

Nel 1600 abbiamo notizie di vari tipi di tatuaggi, tra cui spiccano quelli legati ai voti d’amore. Venivano usati principalmente dalle prostitute di Kyoto e Osaka, ma anche dai giovani amanti omosessuali. Si trattava di semplici scritte sulle braccia (kishobori) o puntini sulle mani simili a nei (irebokuro).

Gradualmente, però, i tatuaggi iniziarono a diffondersi nelle classi basse della società e a ingrandirsi.

Siccome all’epoca erano interamente realizzati a mano, tatuarsi era molto doloroso, e diventarono così simbolo di forza e coraggio. Questo, unito al fatto che a volte venivano usati per coprire gli “irezumi” punitivi, li rese anche strumenti di minaccia: bastava mostrarli per incutere timore. Questa paura è ancora radicata nella coscienza giapponese.

A tatuarsi erano principalmente i manovali, come muratori e fattorini, ma anche i giocatori d’azzardo (una categoria legata alla yakuza, la mafia giapponese) e i lottatori di sumo (che all’epoca non godevano del prestigio attuale).

Due categorie particolari di tatuati erano gli otokodate, delle specie di Robin Hood urbani che cercavano di difendere il popolo dalle angherie dei samurai, e i pompieri.

In una città fatta di legno e carta come Edo (la Tokyo dell’epoca), gli incendi erano frequenti e molto temuti. Per questo vennero organizzati delle specie di “corpi” dei pompieri, spesso composti da personaggi non troppo raccomandabili. Questi pompieri iniziarono a tatuarsi in base al corpo di appartenenza, con immagini che sostituivano e richiamavano per posizione, dimensione e motivi la semplice casacca d’ordinanza a mezze maniche. Siccome rischiavano la vita tra le fiamme, prediligevano i soggetti acquatici. Uno dei più frequenti era il drago, che si diceva proteggesse dagli incendi.

Pompieri, manovali e fattorini avevano un elemento comune, all’epoca: le loro professioni si svolgevano spesso indossando semplicemente un perizoma. Nel periodo Edo questo era assolutamente normale. Essendo lavori faticosi e fisici, i vestiti sarebbero stati d’intralcio (o, nel caso dei pompieri, anche pericolosi). Tatuarsi era quindi un modo per abbellire e “vestire” le parti esposte.

Postino giapponese dell'era Meiji: indossa solo un perizoma e ha la parte superiore del corpo tatuata
Postino dell’era Meiji

Il vero “boom” dei tatuaggi si ebbe intorno al 1830, quando in Giappone venne pubblicata una nuova edizione del racconto cinese “Suikoden”. In questa versione, illustrata dal maestro di Ukiyo-e Utagawa Kuniyoshi, gli eroi apparivano copiosamente tatuati. La riedizione ebbe un grande successo e gli eroi entrarono di prepotenza nell’immaginario “pop” dell’epoca, proprio come succede oggi con le mode lanciate dalla TV.

Gli horimono vennero così associati a delle immagini eroiche, e le opere dell’Ukiyo-e iniziarono a essere usate come modelli per i disegni. Emerse inoltre la figura dell’horishi, il tatuatore professionista.

Insomma, nel XIX secolo, per chi svolgeva lavori all’aperto a Edo, non essere tatuato era addirittura una vergogna. Anzi, gli horimono si diffusero anche tra gli attori di kabuki e persino tra alcuni samurai. E anche per chi non era tatuato, la vista dei tatuaggi faceva parte dello scenario urbano (e umano) quotidiano, almeno nella capitale.

A metà Ottocento il governo cercò anche di proibirli, ma erano ormai troppo popolari.

4. L’epoca Meiji (1868-1912) e l’era moderna

La spinta definitiva al divieto arrivò però con l’inizio del periodo Meiji: il Giappone, dopo quasi 300 anni di isolamento, riaprì i suoi confini all’Occidente, ed era deciso a mostrare un’immagine ripulita e raffinata di sé. Per questo, oltre ai tatuaggi, vietò anche di uscire seminudi nelle strade della città. I popoli “civilizzati” si coprivano, e così si doveva fare anche in Giappone.

I tatuatori rischiavano sequestri, multe e anche il carcere. Per di più, ora che ci si doveva vestire, gli horimono divennero meno necessari. Quelli esistenti, ora che erano coperti, sparirono alla vista e dalla quotidianità.

I tatuaggi entrarono quindi nell’illegalità, e questo li legò ancor più saldamente alla yakuza.

Curiosamente, però, il governo dovette fare un’eccezione per gli stranieri: gli horimono attirarono subito l’attenzione e l’ammirazione dei nuovi visitatori, tanto che diversi membri della famiglia reale inglese e l’ultimo imperatore di Russia si fecero tatuare in Giappone.

Bisognerà aspettare fino al 1948 perché i tatuaggi tornino legali, ma sarà ormai tardi.

Il doppio colpo di grazia arrivò negli anni ’60-’70:  anzitutto, molti film sulla yakuza dell’epoca rappresentavano i gangster ricoperti di tatuaggi. Poi, con l’arrivo di un certo benessere economico, sempre più famiglie iniziarono ad avere il bagno in casa e a non dover più andare ai bagni pubblici, i sentō, per lavarsi. Questo dettaglio, apparentemente irrilevante, segnò la definitiva scomparsa dei tatuaggi dal panorama quotidiano. Per molti giapponesi oggi anziani, i sentō sono stati l’ultima occasione in cui hanno visto persone tatuate. Da quel momento, l’unica occasione di vederli divennero i film sulla yakuza.

Così, in maniera analoga a quanto successo con Suikoden quasi 150 anni prima, l’immagine dei tatuaggi si legò a una certa categoria di persone. Ma stavolta non si trattava di eroi.

Un personaggio del Suikoden con tatuaggi di polpi e creature marine
Un tatuatissimo personaggio del Suikoden in un’illustrazione di Utagawa Kuniyoshi

 I più famosi tatuatori giapponesi

Il contatto con i tatuaggi nei bagni pubblici è stato un momento di epifania per due grandi maestri horishi dei nostri tempi.

Uno è Horiyoshi III. Nato nel 1946, a 12 anni vide un uomo completamente tatuato in un sentō. Decise prima di tatuarsi da solo, e poi di andare da Horiyoshi II e da suo padre Horiyoshi I di Yokohama, che diventerà il suo maestro.

Horiyoshi III ha tatuato completamente a mano fino a fine degli anni Ottanta.

Anche per Horikazu di Asakusa (Tokyo), il primo contatto con i tatuaggi è avvenuto ai bagni pubblici. Ma le analogie non finiscono qui: anche lui iniziò a tatuarsi da solo e sperava di diventare apprendista di Horiyoshi II. Non ci riuscì, ma questo non gli impedì di diventare un maestro di fama internazionale. Horikazu è morto nel 2011, e alcune delle sue opere sono raccolte in un coloratissimo libro fotografico che porta il suo nome. Oggi il suo studio è portato avanti dal figlio, Horikazu II.

Horiyoshi III e Horizaku II hanno viaggiato in Occidente e sono relativamente facili da contattare, ma molti horishi famosissimi non hanno alcuna presenza online, lavorano per passaparola e sono accessibili solo tramite presentazione. Uno di questi tatuatori leggendari è Horitoku, uno dei pochi ancora specializzati nel tebori, il tatuaggio manuale. Secondo Horitoku, per tatuare è indispensabile capire la filosofia che c’è dietro a questa arte e alle sue immagini. Un buon tatuatore deve assistere a incontri di sumo e a spettacoli di kabuki, ma soprattutto studiare le stampe dell’Ukiyo-e. 
Anche se alcuni maestri accettano di eseguire lavori più piccoli, un vero horimono richiede un buon investimento di tempo (anni) e denaro (migliaia di euro).

Gruppo di uomini tatuati
Gruppo di partecipanti al Sanja Matsuri, Asakusa, Tokyo (Flickr user elmimmo, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons)

I tatuaggi sono malvisti?

La risposta è: sì. È difficile per un occidentale capire il grado di repulsione e paura che i tatuaggi generano istintivamente in molti giapponesi. Non so se esista un parallelo nella nostra società di qualcosa che sia legale ma considerato profondamente sbagliato e terribile.

Alla paura derivante dall’associazione con la yakuza si aggiunge lo sdegno per il sentimento confuciano di “pietà filiale”: il corpo ci è dato in dono dai nostri genitori, e profanarlo con dei disegni è una mancanza di rispetto nei loro confronti.

Molti onsen (stabilimenti termali), piscine e palestre vietano l’accesso alle persone tatuate per evitare di generare disagio nei loro clienti. Durante la Coppa del Mondo di Rugby del 2019, svoltasi in Giappone, ad atleti e tifosi è stato chiesto di nascondere i tatuaggi.

Anche se sempre meno yakuza si tatuano (per passare più inosservati), le percezioni sono lente e difficili da cambiare. Grazie alla grande ammirazione che i tatuaggi giapponesi suscitano all’estero e alla globalizzazione culturale, qualcosa inizia a cambiare, ma lo stereotipo negativo resiste ancora saldamente.

Se decidi di andare in Giappone e hai dei tatuaggi, non è un problema: nessuno fuggirà da te in preda al panico. Il sentimento di disapprovazione e fastidio ci sarà, ma nessuno te lo farà notare. Capiranno razionalmente che non sei giapponese e che non hai un horimono da yakuza (perché non ce l’hai, vero?). Dentro di loro, però, probabilmente proveranno un istintivo senso di disapprovazione. Per questo, se puoi, è buona idea cercare di coprirlo in segno di rispetto.

Se il tatuaggio non è troppo grande, spesso puoi comunque accedere agli onsen nascondendolo con un cerotto o una garza (sì, è meglio entrare in vasca con appestato che con un tatuato).

Online si trovano anche delle specie di cerotti quasi invisibili che si possono scegliere in base al colore della pelle.

Due uomini tatuati sui palanchini del Sanja Matsuri
Il Sanja Matsuri di Asakusa, Tokyo (by apes_abroad, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons)

Dove vedere gli horimono

Con queste premesse, è evidente che vedere tatuaggi tradizionali in Giappone è tutt’altro che facile.

Ci sono, però, alcune rare occasioni in cui vengono mostrati apertamente.

Una di queste è il Sanja matsuri, un festival che si tiene il terzo weekend di maggio all’Asakusa Jinja di Tokyo. 

Speriamo di aver stuzzicato il tuo interesse per questa forma d’arte straordinaria. Se ti è venuta voglia di scoprire la cultura che l’ha creata, immergiti nella bellezza del Giappone con uno dei nostri viaggi!

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